Libertas Sanvitese A.L."O. Durigon"
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Libertas Sanvitese A.L."O.Durigon"
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Storie di Atletica

A partire dal mese di marzo, la Libertas Sanvitese dedica uno spazio del proprio sito ai personaggi dell’Atletica Leggera che, per gli straordinari risultati agonistici o per  le loro vicende umane (rivoluzionarie, fantastiche, bizzarre, tragiche…), hanno lasciato un segno nella storia del nostro amato sport. Con cadenza bimestrale, viaggeremo attraverso la storia dell’ultimo secolo alla ricerca di record, imprese leggendarie  e curiosità rimaste sulle piste (e sulle strade) di tutto mondo. 

BOB BEAMON e IL SALTO INFINITO

“Dimmi che non sto sognando! Dimmi che non sto sognando!”, così continuava a ripetere al proprio compagno di squadra - e forse a se stesso - in preda ad una gioia irrefrenabile, dopo aver visto cosa aveva appena fatto: 8.90m. 8 metri e 90 centimetri, la miglior misura mai realizzata nel salto in lungo.

Lui è Robert “Bob” Beamon, 190cmx75kg,  un atleta statunitense nato il 29 Agosto 1946 nello stato di New York, un’infanzia difficile per aver perso la madre a causa della tubercolosi (ad appena a otto mesi di vita) e l’inquietudine di un ragazzo afro-americano che lotta contro la discriminazione razziale che da molti anni tormentava il suo paese. Pur avendo ottenuto una borsa di studio per le sue straordinarie qualità atletiche, questa gli fu tolta per essersi rifiutato di partecipare ad una gara organizzata dalla Brigham Young University, un ateneo mormone che discriminava le persone di colore.

Bob dovette affrontare molte difficoltà per affermarsi, ma il suo talento era tale che giunse alle Olimpiadi di Città del Messico (1968) con tutti i pronostici a suo favore. I due avversari più temibili erano il connazionale Ralph Boston  e il russo  Igor Ter-Ovanesyan, capaci di aver stabilito il primato del mondo con la stessa misura: 8.35m; ma quel giorno gli occhi erano tutti puntati su Beamon. Erano le 15.45 di quel 18 ottobre 1968, era piovuto fino a poco prima e tirava vento a favore (i salti dei primi tre atleti erano stati nulli) e Bob Beamon si preparava alla ricorsa del suo primo salto di quella finale olimpica: rincorsa veloce, stacco perfetto, volo…infinito…Al punto che i giudici dovettero ricorrere ad una misurazione manuale perché il salto era al di fuori della portata delle strumentazioni elettroniche di allora. Al termine di una lunga e snervante attesa apparve sul tabellone: 8.90m! Bob cominciò a saltare e urlare dalla felicità, lui stesso incredulo. Mai visto qualcosa del genere, 55 cm in più di quel 8.35m. I salti successivi di quella finale furono poco significativi: il tedesco Klaus Beer  fece 8.19m, il bronzo andò  a Boston (8.16m), misure minuscole rispetto all’impresa di Beamon.

Tutto era stato scritto sul salto in lungo: questa fu la sensazione durante quella gara e negli anni successivi. L’8.90m di quel pomeriggio a Città del Messico - combinazione di talento straordinario, vento a favore ai limiti del consentito, aria rarefatta dei 2300 metri  di altitudine e “quella cosa che ti riesce una volta in tutta la vita” – fu considerata una misura mai più raggiungibile e lo stesso Beamon perse  carica agonistica e motivazione, saltando su misure più modeste nelle manifestazioni successive. Bisognerà aspettare fino al 1991, quando in occasione dei Campionati Mondiali di Tokyo, si assisterà, forse, alla più bella gara di salto in lungo della storia. La sfida “all’ultimo salto” tra i due statunitensi Carl Lewis e Mike Powell, vinta da Powell con 8.95m, regalerà il nuovo primato mondiale. Il record stabilito da Beamon durò quindi ben 23 anni e, attualmente (a quasi 50 anni), è ancora il record olimpico.

Daniele Sottile 

JAN ŽELEZNY’, UN GIAVELLOTTO NEL DNA…

Capita, a volte, di avere il futuro già scritto nel proprio patrimonio genetico: un percorso già tracciato che porta un individuo a diventare il migliore al mondo in quello che fa. E’ quanto  accaduto a Jan Železný, il più grande giavellottista di tutti i tempi, che negli anni novanta ha riscritto la storia tiro del giavellotto. Perché per Železný l’attrezzo è proprio di casa, essendo figlio di due giavellottisti e con il padre suo primo allenatore. Nato il 16 giugno 1966 in Cecoslovacchia (così si chiamava fino al 1992), inizia a praticare altri sport, il calcio come molti bambini e la pallamano: leggenda vuole, che proprio giocando a pallamano, con un tiro mandò “al tappeto” il portiere della squadra avversaria. Il futuro non potrà essere che il campo di atletica.

Non è solo genetica, però. La prestigiosa carriera di Jan è fatta di grandi sacrifici, allenamenti rigorosi e stile di vita sobrio anche fuori dal campo. Fin dal 1987, quando ancora ventenne sorprende il pubblico dello stadio olimpico di Roma con un tiro da 87.66 m: sono i Campionati Mondiali di Atletica e la medaglia – la prima di una lunga serie – è di bronzo. L’anno successivo, alle olimpiadi di Seul, farà ancora meglio, conquistando la medaglia d’argento con 86.88 m.

Poi qualche anno difficile, con alcune controprestazioni, seguito da un rientro imperioso ai massimi livelli mondiali, grazie al duro lavoro eseguito per migliorare la tecnica. E’ il 1992, Giochi Olimpici di Barcellona e Jan centra il massimo risultato possibili: medaglia d’oro con 94.74 m. Dalla rassegna a cinque cerchi spagnola sarà una serie di successi strepitosi: Oro ai Mondiali di Stoccarda (1993) e di Goteborg (1995), Bronzo agli Europei di Helsinki (1994), Oro alle Olimpiadi di Atlanta (1996). Nel 1998, un serio infortunio alla spalla e una frattura vertebrale fanno pensare alla fine della carriera del giavellottista ceco. Ma non sarà così. A Siviglia, ai Campionati Mondiali (1999) vince il bronzo con 87.67 m. E’ solo l’antipasto di un’altra doppietta favolosa centrata nei due anni successivi: i due titoli, olimpico e mondiale, conquistati a Sidney (2000) e Edmonton (2001). Negli anni successivi, nonostante il naturale declino per un atleta maturo, Železný resta uno dei migliori giavellottisti a livello mondiale: quarto ai Mondiali di Parigi (2003), nono ad Atene (Olimpiadi 2004) e medaglia di bronzo agli Europei di Goteborg (2006), con la misura di 85.92 m a quarant’anni.

Jan Železný è stato senza dubbio un atleta eccezionale. Oltre alle innumerevoli medaglie vinte, le statistiche ci danno numeri impressionanti: dal 1991 al 2001 ha ottenuto 106 vittorie su 135 gare, scagliando il giavellotto oltre i 90 metri per 34 volte. Ha migliorato il record mondiale per cinque volte, fino alla misura di 98,48 metri, ottenuta il 25 maggio 1996 a Jena: tutt'oggi imbattuta. Oggi, Jan è un pimpante cinquantenne, che trascorre le giornate sui campi di atletica, allenando i suoi figli e i suoi atleti…

Daniele Sottile

PAUL TERGAT, IL RE DEL CROSS COUNTRY

 

Inizia un anno nuovo e una nuova stagione agonistica, ed è tempo di preparare le scarpette chiodate per affrontare le gare di cross country… o corsa campestre se preferite. La specialità delle tre “F”, come si usava dire un tempo: freddo, fango e fatica. Sfogliando gli annuari e le riviste di un tempo ci si imbatte in personaggi mitici (ritratti ricoperti di fango su foto ingiallite), che hanno calcato i terreni delle più importanti competizioni mondiali, sui prati della Gran Bretagna (lì dove oltre un secolo fa il cross – country è nato) oppure sbucando da uno dei mulini di San Vittore Olona (paesino del milanese), dove da più di ottant’anni si corre la celebre “5 Mulini”. Se c’è un atleta che forse più di altri è stato interprete esemplare di questa specialità, questo è Paul Tergat.

Nato il 17 giugno 1969 in Kenia, nella leggendaria Rift-valley, Paul inizia tardi a praticare l’atletica, aveva 22 anni e faceva parte dell’esercito Keniota: convinto dai suoi commilitoni e segnalato al comando, diventa rapidamente uno dei migliori atleti del suo paese, vincendo nel 1992 i Trials  di cross. Lo stesso anno conosce il medico-allenatore Gabriele Rosa, ideatore di un progetto che permette ai talenti africani di allenarsi con metodi scientifici e gareggiare in giro per il mondo (migliorando la condizione economica propria e dei loro familiari). Sotto la guida del nuovo allenatore italiano, per Paul Tergat inizia un decennio di straordinari successi, record mondiali su svariate distanze, ma anche cocenti sconfitte, come vedremo.

Me lo ricordo ancora. Catania, una calda domenica mattina di primavera, a metà degli anni novanta. Eseguivo il mio riscaldamento, prima di affrontare la piatta e velocissima 12 km del Vivicittà (gara su strada che si svolge in contemporanea in più città nel mondo), quando incrocio questa figura d’ebano filiforme, 182cmx58 kg: rimasi imbambolato a guardarlo, era proprio lui, Paul Tergat. Ci saremmo trovati poco dopo dietro la stessa linea di partenza, uno affianco all’altro, ma solo fino allo sparo dello starter, ovviamente. Tergat vinse la gara e stabilì il miglior crono delle 12 km corse quel giorno per il Vivicittà.

Sintetizzare le imprese di Paul Tergat non è cosa facile. Di sicuro, la sua impronta più importante l’ha lasciata sui prati dei Campionati Mondiali di Cross: 5 volte sul gradino più alto, dal 1995 al 1999; solo l’etiope Kenenisa Bekele riuscirà a ripetere tale sequenza, dal 2002. Ma questa è un’altra storia.

Su strada Tergat è stato  campione mondiale sulla mezza maratona (nel 1999  e nel 2000), ha vinto per sei volte consecutive la Stramilano (dal 1994 al 1999) e nell’edizione 1998 ha stabilito la miglior prestazione mondiale sulla 21.097 (59’17’’). Questo risultato cronometrico e la grande capacità di tollerare grossi volumi di allenamento portarono Tergat a specializzarsi, dal 2001, sulla doppia distanza: la maratona, la vera “prova” per chi ama correre a lungo. Nel 2003, a Berlino, Paul Tergat stabilisce la migliore prestazione mondiale (poi chiamato record del mondo) sulla maratona: 2.04’55’’, il primo uomo a scendere sotto i 125 minuti! Nel 2005 vincerà a New York, “La Maratona”.

Su pista, le vicende agonistiche di Tergat sono state un po’ complicate: pur stabilendo il record del mondo sui 10.000 m, 26’27’’85 a Bruxelles nel 1997, ha sempre trovato avversari temibilissimi, per non dire “spietati”: uno su tutti Haile Gebrselassie, capace di sprintare al termine dei 25 giri come fosse un quattrocentista e lasciando poche possibilità di successo a chiunque.  Succede alle olimpiadi di Atlanta, finale dei 10.000 m, dove Paul deve cedere alla velocità di “Gebre”; e lo stesso accade quattro anni dopo a Sidney, sempre sui 10.000 m, dove i due, giunti allo sprint, arrivano simultaneamente sul traguardo. Solo 9 centesimi tolsero l’oro olimpico a Tergat, incoronando ancora una volta l’acerrimo avversario etiope (27’1″”20 a 27’18″29). Chi considera il mezzofondo noioso, farebbe bene a rivedersi quella gara su internet. Ai campionati mondiali, sempre sui 10.000 m, giunge terzo a Goteborg (1995), e due argenti, Atene (1997) e Siviglia (1999).

Su finire della sua carriera Paul Tergat  è stato nominato ambasciatore del W.F.P. (programma mondiale contro la fame nel mondo) e ancora oggi è impegnato nelle politiche che assicurano pasti alle mense scolastiche dei bambini africani.   

Daniele Sottile

Robert Korzeniowski:

lavoro, pazienza e determinazione

Tra gli atleti che praticano il nostro amato sport, ce ne sono alcuni che hanno un rapporto speciale con la strada, luogo che, per antonomasia, è più di altri metafora della vita: quanti pensieri, sogni, dialoghi con se stessi lungo quella linea infinita che delimita la carreggiata, e che segna anche migliaia di chilometri “macinati” per giorni, mesi, anni. Questo vale per gli atleti di mezzofondo prolungato, per i maratoneti e soprattutto per i marciatori: per gli artisti del “tacco e punta” il legame con la strada è ancora più intimo, per la durata delle sedute di allenamento o le distanze di gara, ma soprattutto per l’obbligo – per tecnica e per regolamento – di rimanere sempre a contatto con il suolo.

Robert Korzeniowski è uno di loro, un atleta eccezionale nel corpo di un uomo normale: minuto, non raggiunge i 170 cm di altezza, soffre d’asma. Eppure è uno dei marciatori più forti di tutti i tempi, di sicuro il più medagliato: 4 medaglie d’oro olimpiche consecutive, 3 ori e 1 bronzo ai Mondiali e 2 ori agli Europei.

Korzeniowski è nato il 30 luglio 1968 a Lubaczow, in Polonia. Da bambino, affascinato dalle arti marziali, praticò il judo, ma l’esperienza durò solo pochi anni. Giunto al liceo, l’incontro folgorante con l’Atletica Leggera e con la marcia: il suo allenatore gli propose di marciare per un giro di pista e di lì non ha smesso più, divenendo da subito uno dei migliori marciatori polacchi e conquistando la convocazione ai Campionati Europei  Juniores di Birmingham (1987). L’esordio europeo fu fallimentare (non portò a termine la gara per squalifica) e anche i primi anni della carriera ebbero fasi alterne, seppur con qualche discreto piazzamento (e le due vittorie sulla 20km alle Universiadi 1991 e1993), ma una tecnica non perfetta che spesso gli pregiudica l’esito della gara. Come avvenne a Barcellona (Olimpiade del 1992) dove partecipò alle due gare in programma: sulla 20km si ritirò, nella 50km venne squalificato a 400m dall’arrivo (aveva ricevuto addirittura 5 proposte di squalifica di cui però nessuna gli fu mostrata) quando aveva l’argento in tasca. Se si pensa ai sacrifici di una preparazione olimpica (di una 50 km di marcia!), è facile credere che chiunque non avrebbe avuto la forza di ricominciare. Ma per Korzeniowski, oltre che di resistenza, si può parlare di resilienza (prendendo in prestito un termine dalla psicologia), capace quindi di reagire positivamente di fronte ad una situazione disastrosa, almeno da un punto di vista sportivo.

Ad Atlanta, nell’olimpiade del centenario (1996), il riscatto: ancora una volta senza paura, gareggiò su entrambe le distanze, ma stavolta con esiti diversi: sulla 20km arrivò 8°, mentre sulla 50 km vinse il suo primo oro Olimpico con 3h43’30”. Da quel successo, le medaglie d’oro sulla gara dei 50 km di marcia, di tutte le competizioni più importanti (Olimpiadi, Campionati Mondiali, Campionati Europei), saranno sue: imbattibile e imbattuto per 8 anni di seguito! Come Bolt, sulla gara dei 100m, ma non con la stessa attenzione dei media, né sponsor, né contratti stellari.

Ai Giochi Olimpici di Sidney 2000, con la “complicità” dei giudici, gli riesce qualcosa di unico: partecipò  alla 20km e arrivò secondo, ma il messicano che lo aveva preceduto venne squalificato dopo il traguardo e così con il tempo di 1h18’59” (nuovo Record Olimpico) Robert vinse la prima medaglia d’oro su questa distanza. Dopo qualche giorno mise a segno la seconda vittoria olimpica sui 50km. Una doppietta formidabile!!

Nel 2001, Mondiali a Edmonton, è ancora primo sulla sua distanza preferita, per ripetersi l’anno dopo agli Europei di Monaco, dove stabilì il nuovo record mondiale (3h36’39”); abbassato ancora una volta ai Campionati Mondiali di Parigi (2003), chiudendo in  3h36’03” (ovviamente ancora oro).

Ai Giochi Olimpici di Atene (2004) l’atto conclusivo di una carriera formidabile: stravinse con 4′ di distacco con il tempo di 3h38’46”.

Robert Korzeniowski, ritiratosi dall’attività, ha continuato ad occuparsi di atletica, come allenatore e nell’ambito della promozione, oltre ad essere capo redattore sportivo di una TV polacca dal 2004, ha il ruolo di consulente marketing per l’UEFA dal 2009.

Nella società del “tutto e subito” nella quale viviamo oggi, le vicende di Korzeniowski possono insegnarci molto.

Daniele Sottile

Pietro Mennea, la “Freccia del Sud”

12 Settembre 1979, Città del Messico, Giochi Mondiali Universitari. Sulla pista dello stadio messicano si svolge la finale della gara dei 200m piani. Ad occupare la IV corsia c’è un atleta italiano, piccolo rispetto ai colossi della velocità (1.79 x 68 kg), ma con una determinazione straordinaria e la consapevolezza di essere lì per entrare nella leggenda: Pietro Mennea taglia il traguardo per primo, guarda il tabellone dello stadio che riporta il  suo risultato ed esplode di gioia. 19”72, record mondiale! Diciannove secondi e settantadue centesimi, record mondale!

Mennea preparò quella gara meticolosamente, selezionando accuratamente gli appuntamenti agonistici di quell’anno, raggiungendo  Città del Messico con anticipo per adattarsi alle condizioni climatiche e altimetriche e puntando esclusivamente alla “sua” distanza (duecento metri). Quel giorno, poi, si crearono le condizioni perfette, quelle della “gara della vita”: sul rettilineo finale il vento spirava a 1.8 m/s, gli altri finalisti erano di livello buono ma non eccellente, al punto che Mennea si concentrò  nella sfida con l’avversario più temibile: il cronometro.

 Con il 19.72 abbatteva il record mondiale precedente stabilito sulla stessa pista, undici anni prima, da Tommie (Tommie –Jet) Smith. Proprio quel Tommie Smith che per Pietro Mennea  rappresentava un idolo,  che aveva visto in televisione (alle olimpiadi in Messico del 1968) salire sul podio a piedi scalzi, con il pugno alzato chiuso in un guanto nero, in segno di protesa e in difesa degli afro-americani (proprio nello stesso anno veniva ucciso Martin Luther King).

Perché per Pietro Mennea l’atletica, lo sport, fu proprio l’occasione del riscatto, come per gli atleti americani di colore.

Mennea, infatti, nasce a Barletta  il 28 giugno 1952, da una famiglia di origini umili. In quegli anni, nel Sud d’Italia, non era semplice praticare sport, tantomeno emergere, soprattutto se si viveva in una famiglia con pochi mezzi economici (bisognava studiare e lavorare e non perdere tempo con gli allenamenti). Ma il talento e la determinazione di Pietro hanno la meglio, permettendogli di raggiungere presto ottime prestazioni, grazie anche al trasferimento a Formia sotto la guida del prof. Carlo Vittori (guru della velocità).  

Nel 1971, a soli 19 anni, giunge sesto ai campionati europei nella gara dei 200m e vince il bronzo nella 4*100m. L’anno successivo, Olimpiadi di Monaco, vince il bronzo nei 200m. Nel 1974, Campionati Europei di Roma: oro nei 200m, argento nei 100m e nella 4*100m. Seguono anni difficili per il campione pugliese, che torna a mani vuote dal Canada (1976) dove il pubblico italiano si aspetta da lui ancora una medaglia olimpica.

Nel 1978 il riscatto: agli Europei di Praga fa doppietta vincendo 100m e 200m e nella rassegna europea indoor si aggiudica anche la gara dei 400m.

Il 1979, come già detto, è l’anno della consacrazione con quel record mondiale sui 200m che durerà fino al 1996, quando Micheal Johnson fermerà il cronometro a 19”32. Il 19”72 resta record europeo, e lo è ancora oggi.

 L’anno successivo, all’olimpiade di Mosca (quella boicottata dal “blocco occidentale”, in piena guerra fredda) Mennea si aggiudica l’oro nei 200m per soli 2 centesimi di secondo (20”19 e 20”21) e anche il bronzo con la staffetta 4×400 m. Nel 1981 annuncia il suo ritiro, ma torna sui propri passi l'anno dopo e nel 1983 stabilisce il primato mondiale dei 150 m piani, con 14"8 sulla pista dello stadio Comunale di Cassino: questo primato è ancora imbattuto, perché il tempo di 14"35 stabilito nel 2009 da Usain Bolt a Manchester non è stato omologato dalla Federazione in quanto stabilito su pista rettilinea.

Nello stesso anno, ai Campionati Mondiali di Helsinki, vince la medaglia di bronzo nei 200 m e quella d'argento con la staffetta 4x100. Un anno dopo, scende in pista per la sua quarta finale olimpica consecutiva dei 200 m (giunge settimo), primo atleta al mondo a compiere tale impresa. Pur annunciando l’ennesimo ritiro, prende parte alle olimpiadi di Seoul del 1988. Qui corre solo il primo turno dei 200m, ma per Mennea è la quinta partecipazione olimpica e la chiusura di una carriera straordinaria.

Oltre alla carriera sportiva, Mennea ha conseguito quattro lauree (Giurisprudenza, Scienze Politiche, Lettere, Scienze Motorie), scritto 20 libri, lavorato come avvocato, curatore fallimentare, docente universitario. E’stato eurodeputato e ha fondato con la moglie la “Fondazione Pietro Mennea” che opera nell’ambito dell’assistenza ai più deboli. Il 21 marzo 2013, Pietro Mennea muore, dopo aver lottato con una terribile malattia.

Tutti quelli che amano l’Atletica Leggera lo ricordano ogni anno il 12 settembre, la data che ha segnato la storia del mezzo giro di pista.

Daniele Sottile

 

 

JIM THORPE

IL PRIMO DECATLETA

Continua il nostro viaggio nella storia dell’Atletica Leggera con un salto nel passato di oltre cento anni, quando -  possiamo affermarlo – nasce il decathlon moderno, grazie alle gesta di uno dei più forti e completi atleti mai esistiti: “Sentiero Lucente”, all’anagrafe James Francis Thorpe. E’ il mese di Luglio del 1912, le Olimpiadi si tengono a Stoccolma, e proprio nei giorni in cui sto scrivendo, Jim Thorpe, l’indiano d’America, domina la prima “edizione” della più impegnativa delle prove multiple. Furono, infatti, gli svedesi ad introdurre il decathlon con la formula che conosciamo oggi, solo che si svolgeva in tre giorni anziché due.

Ma andiamo a conoscere la storia di questo atleta. Nato in una riserva indiana, ma di sangue misto – entrambi i genitori avevano madri native americane e padri europei – Jim  Thorpe fu cresciuto come un pellerossa. Da piccolo, infatti, vive nei boschi della riserva, esperienza che, probabilmente, sviluppa in lui grandi qualità atletiche, ma si avvicina allo sport attraverso la scuola. Qui si distingue dai coetanei per la struttura fisica imponente  e per l’attitudine a tutte le discipline sportive. Il piccolo “Sentiero Lucente” è un ribelle, ma grazie al suo insegnante e allenatore Glenn Warner entra nella squadra di atletica della Carlisle High School, e comincia a giocare a calcio, football e a baseball. E vince, tutto.

Ma è nell’Atletica leggera che trova la sua consacrazione: vince i Trials e accede alle olimpiadi svedesi in quattro specialità: pentathlon, salto in lungo, salto in alto e decathlon (per la prima volta introdotto, appunto).  Comincia così l’incredibile avventura di Sentiero Lucente, con un viaggio in nave, una lunga traversata atlantica che lo porterà al trionfo. Erano anni in cui questi viaggi seguivano la rotta opposta. Milioni di persone, quasi sempre povere e senza futuro, si imbarcavano dall’Europa – tanti dall’Italia – affrontando lunghi viaggi in mare, in condizioni disumane, nella speranza di una vita migliore. Quando Thorpe giunge in Svezia, è ancora vivo il ricordo della tragedia del Titanic, affondato nell’Aprile dello stesso anno.                                                                                                 

A Stoccolma nel suo primo giorno di gara, Thorpe vince  la medaglia d’Oro nel Pentathlon con quattro vittorie (lungo, 200m, disco e 1500m) e un terzo posto (giavellotto). Il giorno successivo si classifica al quarto posto nel Salto in Alto e quattro giorni dopo gareggia nel  Salto in Lungo dove arriva settimo.

Ma il momento del trionfo giunge qualche giorno dopo, nel Decathlon. Il 13 Luglio 1912, Sentiero Lucente ottiene il terzo tempo nei 100 metri (11″2), la terza misura nel salto in lungo (6.79) e il miglior lancio nel getto del peso (12.89). Il 14 Luglio 1912, vince il salto in alto (1.87), ottiene il quarto tempo nei 400 metri (52″2), la terza misura nel disco (36.98) e il miglior tempo nei 110 hs (15″6). Il 15 Luglio 1912, nell’ultima giornata del suo primo e unico Decathlon della carriera, Jim Thorpe conclude le sue fatiche saltando 3.25 nel salto con l’asta (terzo), ottenendo la quarta misura  nel giavellotto (45.70) e chiudendo al primo posto i 1500 metri in 4’40″1. E’ un vero trionfo!

Al rientro negli U.S.A., Jim è accolto come un eroe, ma il suo momento di gloria dura poco, e il suo sentiero lucente (come il nome indiano datogli dalla madre) è destinato ad adombrarsi. Dopo essere stato  accusato  di professionismo, per aver giocato a Baseball in una squadra pro, il Cio cancella a Jim tutti i risultati e tutti gli onori. Non serviranno le scuse ufficiali, né l’ammissione di colpa. “Sentiero lucente”, amareggiato dallo scandalo che lo ha rovinato, ripiega sul baseball, carriera con cui manterrà sé e la famiglia fino al 1929. Dopo il ritiro finisce a fare il carpentiere a Los Angeles. Nel 1952 scopre di avere un tumore. I medici non riescono a fare niente: il suo cuore, minato dall’alcol, cede a un infarto il 29 marzo 1953. Jim muore nella roulotte dove vive, alla periferia di Los Angeles. Solo nel 1982, Thorpe fu riabilitato dal Comitato Olimpico per vizi procedurali nella sua squalifica: ai suoi familiari vennero restituite le medaglie.

Daniele Sottile.

Raffaele Di Maggio: “In tante cose vado piano, ma nella corsa sono io il più bravo”

La seconda uscita della nostra rubrica non parla al passato, ma focalizza l’attenzione sul presente e, speriamo, sul futuro dell’atletica leggera. Fin da subito, quindi, infrangiamo la regola che vuole la celebrazione di un mito del nostro sport del quale descrivere le gesta straordinarie: usciamo volutamente dallo schema, dalla strada segnata, perché ci piace farlo e per seguire una vicenda che ci appassiona e ci fa sperare. E’ la storia di Raffaele Di Maggio, il 15enne più veloce della storia dell’atletica italiana. Corre forte e corre tanto perché “è la cosa che mi piace di più e che so fare meglio”, dice con semplicità. Lo scorso 16 marzo ha vinto i campionati del mondo sui 60 metri Inas, riservati alle persone con disabilità intellettiva. Il suo tempo (7 secondi e 11 centesimi), però, aveva qualcosa di straordinario: è il miglior crono di sempre fatto segnare da un atleta azzurro a livello giovanile.La storia del ragazzo disabile che corre tra i paralimpici ma batte i record nazionali dei normodotati nasce in Sicilia, in una scuola media in provincia di Palermo.

Ancora una volta, una bella storia che parte dalla provincia, da luoghi in cui è già difficile vivere; e dalla “disastrata” Scuola Pubblica, dove trovi persone che fanno la differenza. Il merito, infatti, è anche di Orazio Scarpa, professore di educazione fisica e insegnante di sostegno, allenatore e punto di riferimento. Nell’istituto comprensivo di Carini dove lavora, nel settembre 2013 si ritrova in classe Raffaele. L’alunno è affetto da un deficit intellettivo-relazionale lieve, oltre a una dislessia molto accentuata che lo rallenta nell’apprendimento. Memoria limitata, disorientamento nella lettura e nella comprensione di testi anche non complessi, scarsa capacità di concentrazione sono le principali manifestazioni della disabilità. A scuola lo avevano accettato di buon grado, ma lui sentiva addosso il marchio della diversità, racconta il suo insegnante.

La svolta avviene quasi per caso. “Un giorno – ricorda Scarpa – l’ho portato in palestra, per svagarsi un po’. Era goffo nei movimenti, non riusciva a palleggiare col pallone, però mi sono accorto che aveva una grande potenza di corsa. Così abbiamo cominciato a farlo spesso: pensavo che lo sport potesse aiutarlo, non immaginavo certo che saremmo arrivati a questi livelli”. Nel 2015 Di Maggio ha vinto i Giochi studenteschi nazionali.È anche il successo a cui è più legato Raffaele, 15 anni da compiere il prossimo 23 giugno: “È stata la mia gara più bella, non me l’aspettavo proprio di poter arrivare davanti a tutti. È successo così, all’improvviso”, Poi progressi continui, fino al successo ai mondiali Inas di marzo. Il futuro, infatti, è ancora tutto da scrivere. L’atletica lo ha già aiutato tanto nella sua crescita umana: “Viaggiare, vedere gente e posti nuovi gli è servito per aprirsi”, spiega Scarpa. E soprattutto sentendosi finalmente valorizzato è riuscito a prendere consapevolezza e fare i conti con la sua condizione: ha capito di essere diversamente abile. Dice ora: “In tante cose vado piano, ma nella corsa sono io il più bravo”. Per la mamma e tutta la famiglia – provata da mille difficoltà (anche la sorella è affetta da una grave disabilità psico-motoria) e da sempre dedita ai figli – è stata una grande gioia, dopo anni di sofferenze e sacrifici. Raffaele ha ripetuto la terza media e frequenterà l’istituto agrario, condividendo con il papà giardiniere la passione per la natura. Ma più forte ancora è quella per la corsa: “Nella vita vorrei fare l’atleta seriamente, magari in nazionale, magari alle Olimpiadi“, dice sorridendo, con la sua cadenza siciliana. Auguriamo a Raffaele di realizzare i suoi sogni e di continuare ad avere intorno a sé persone in grado di valorizzare le sue abilità.

 

Daniele Sottile

 

Parte del contenuto di quanto scritto è tratto da “Il Fatto Quotidiano” del 22 aprile.

Wilma Rudolph, il 1° personaggio della nuova rubrica

NOVITA'

E' stata creata una nuova rubrica seguita dal nostro tecnico Daniele Sottile e sarà dedicata ai campioni del passato dell'Atletica Leggera. Nelle "Storie di Atletica" troverete il primo personaggio. Buona lettura.

Il primo personaggio che conosceremo è Wilma Rudolph, la “gazzella nera”.

La storia di Wilma Rudolph ha decisamente qualcosa d’incredibile: sembra di leggere una fiaba o un commovente­ romanzo. Wilma Rudolph nacque nel 1940 da un parto prematuro a Clarksville (U.S.A.). Il padre Ed era impiegato come facchino nelle ferrovie mentre Blanche, la madre, lavorava come cameriera presso una famiglia bianca, nel periodo della segregazione razziale. Wilma, ventesima dei ventidue figli del padre e sesta degli otto della madre, fu colpita durante l’infanzia da una polmonite doppia e rischiò di morire, poi contrasse la poliomielite: «Il medico disse a mia madre che non avrei più camminato – ha raccontato Wilma Rudolph nella sua autobiografia – ma mia madre non ci volle credere e mi disse che sarei guarita. Finii per credere a mia madre». Tuttavia, nell’America degli anni ’60, trovare un ospedale disposto a curare una bambina nera con la polio era un’impresa quasi impossibile: l’unico disponibile si trovava a più di 80 km, dove operava un’equipe di medici di colore. Per due anni, grazie alla dedizione della madre e dei fratelli Wilma fece avanti e indietro per due volte a settimana e dopo 200 di quei lunghi viaggi fu finalmente in grado di camminare con un tutore in acciaio alla gamba sinistra. Seguirono 5 anni e quattro sedute di massaggi al giorno, al termine dei quali Wilma tolse il tutore e, in poco tempo, divenne un’atleta formidabile.

A soli 16 anni si guadagnò l’accesso ai Giochi di Melbourne (1956) dove venne eliminata nel secondo turno delle batterie dei 200, ma conquistò la medaglia di bronzo nella 4×100m con la squadra statunitense. L’inizio della carriera da atleta assoluta fu difficilissimo, poiché, rimasta incinta di una bambina, dovette affrontare il severo padre e il divieto per le ragazze madri di far parte della squadra di atletica.

Ma il talento e la determinazione di Wilma erano tali, che le fecero  superare ogni difficoltà. Come quel 9 luglio del 1960. Texas, l’autista dell’autobus che deve portarla allo stadio si rifiuta di far salire a bordo lei e il gruppo di atlete nere. Per fortuna si trova un conducente sostitutivo e Wilma non perde l’appuntamento con  uno strepitoso 22”9: nuovo record mondiale dei 200m.

Lo stesso anno ottenne l’accesso alle Olimpiadi di Roma, dove vinse con disarmante facilità l’oro nei 100m, nei 200m e con la staffetta 4×100m. La cronaca del tempo narra come nessuno seppe resistere al fascino e all’elegante potenza della “gazzella nera” e il gossip olimpico  la vide “flirtare“ con un tipo alto e con gli occhiali scuri: Livio Berruti, trionfatore sui  200m. Ma questa è un’altra storia…   

Dopo il suo ritiro, nel 1963, Wilma si dedicò all’insegnamento, all’attività di tecnico di atletica e alla “Wilma Rudolph Foundation” che continua ancora oggi ad aiutare i bambini a superare gli ostacoli della vita.

Prematuramente, proprio come è nata, Wilma morì il 12 novembre del ‘94, a causa di un tumore al cervello.
Nella sua autobiografia, Wilma ha scritto:  “Dentro ognuno di noi c’è il seme di una potenzialità che ci può rendere grandi.»

Daniele Sottile

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